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L'Open Content.

Intervista a Simone Aliprandi, responsabile del progetto copyleft-italia.it, primo progetto italiano di studio monografico sugli aspetti giuridici del fenomeno copyleft ( www.copyleft-italia.it ), ed autore del libro Copyleft < opencontent - l'altra faccia del copyright.

Magnus Cedergren, autore del libro "Open content and value creation", ha così ha definito l'open content: «Un contenuto non prodotto per fini di profitto, spesso collettivamente, con lo scopo di renderlo disponibile a ulteriori distribuzioni e miglioramenti da parte di altri, a costo zero». Le sembra una definizione corretta?

E' una bella definizione, che sicuramente rende giustizia all'idea originaria di open content, ovvero quella riferita ai contenuti liberi da vincoli di copyright che accompagnano lo sviluppo di software libero (documentazione, manualistica). Sappiamo però che con il tempo l'espressione "open" ha assunto il ruolo di identificare una certa cultura, derivante sì dalla cultura hacker del software libero e condiviso, ma successivamente ampliatasi a vari campi della creatività e dello sviluppo. L'aspetto del "non profitto", inoltre, appare a mio avviso non sempre aderente alla realtà del mondo della creazione sia artistico-culturale che informatica: molti autori creano opere per poterne ricavare un profitto, e questo non è un male. L'importante è che sia un profitto equilibrato e commisurato alle nuove esigenze del mercato culturale, mercato che sta subendo mastodontiche rivoluzioni in questi anni di digitalizzazione e interconnessione telematica. Stallman stesso nei suoi saggi divulgativi sul software libero sostiene che vendere software libero è bene.


Il termine copyleft ha un solo significato o può assumere significati diversi?

Anche in questo caso si può dire che esistano due significati: uno originario (e più ristretto) e uno successivo (e più ampio). Il termine nasce da un gioco di parole usato goliardicamente fra i primi sviluppatori di software libero, coloro che hanno dato vita al progetto GNU. E' infatti in seno a questo progetto che si parla di "copyleft" in senso più stretto: in questo caso una licenza è intesa come copyleft solo se richiede che chiunque utilizzi e modifichi l'opera rilasci, a sua volta, le modifiche sotto la stessa licenza; in questo modo le libertà attribuite dalla licenza si trasmettono ad oltranza per tutti gli utenti. Tale clausola nel linguaggio Creative Commons viene appunto chiamata "share alike" ovvero "condividi allo stesso modo", e non è assolutamente da confondere con il concetto di "viralità" del software libero, che è riferito ad un fenomeno diverso e prettamente informatico. Recentemente, però, si sente più spesso parlare anche di "copyleft" come fenomeno culturale cui molti autori aderiscono spontaneamente; un movimento culturale che vuole innovare i modelli tradizionali di diritto d'autore che, come molti autorevoli studiosi fanno notare, vanno ormai stretti al mondo contemporaneo, in cui i tempi e le modalità di diffusione delle opere sono notevolmente cambiati. In questo secondo significato, dunque, "copyleft" vuole indicare appunto "una forma alternativa di copyright", grazie alla quale si possono riequilibrare i rapporti di forza fra autore, editore ed utente dell'opera, senza però intaccare i principi giuridici acquisiti a livello internazionale.


Nel Suo libro, Copyleft < opencontent - l'altra faccia del copyright, Lei sostiene che la traduzione di "copyleft" in "permesso d'autore" è forzata: perché?

La risposta risulta ovvia a chiunque abbia un po' di dimestichezza con la lingua inglese. L'espressione "copyleft" ha insito in sè un DUPLICE gioco di parole, che con la traduzione "permesso d'autore" si perde necessariamente. In inglese "left" significa "permesso" ma anche "sinistra"; e nella traduzione italiana non si coglie l'idea fondamentale di ribaltamento dei modelli che appunto si cela dietro lo scambio di "right" (che vuol dire sia "diritto" che "destra") con "left".


La filosofia che sta alla base delle licenze libere (licenze per il software e per la documentazione per il software) è identica a quella che sta alla base delle licenze open content?

Direi laconicamente che la filosofia è identica, le esigenze sono diverse. Come sarà già filtrato dalle mie precedenti risposte, sono fermamente convinto che tutto è partito dalla cultura della condivisione tipica del mondo dell'informatica indipendente. Internet stessa nasce così, quindi, tutto ciò che ha a che fare con le libertà di informazione e condivisione delle conoscenze non può rinnegare tale origine. E' anche vero, però, che il software e le opere artistico-espressive hanno caratteristiche ontologiche piuttosto distanti. Il software sottostà alla normativa sul diritto d'autore in quanto artificiosamente si è pensato di equiparare il software in versione di codice sorgente ad un'opera lettararia. Ma questo è solo un "espediente giuridico dottrinale" per poter meglio inquadrare la tutela giuridica di quel tipo di opera. Mantenendo la divisione presente nel mio libro, Copyleft < opencontent, la peculiarità che distingue un'opera software da un'opera più genericamentre artistico-espressiva sta nella sua "vocazione" tecnico-funzionale, che ovviamente non si riscontra nel caso di poesia, prosa, fotografia, musica: in questi tipi di opere prevale la "vocazione" a trasmettere lo spirito creativo dell'autore, a comunicare delle emozioni. Di conseguenza, nel software rimane fondamentale la possibilità di modificare ed intervenire sull'opera, mentre negli altri casi ciò che conta è che l'opera sia il più possibile fruibile dal pubblico. Se poi si parla di testi di espressione del pensiero, in cui più che delle emozioni si vogliono trasmettere delle opinioni (come i saggi divulgativi di Stallman, ma come nel suo piccolo può essere anche questa intervista), è evidente come sia legittimo proibire in toto le modifiche, onde evitare che il senso dell'opera venga snaturato o addirittura sovvertito. Poi, ovviamente, esistono molteplici situazioni intermedie in cui è importante concedere la possibilità di modifica nonostante la natura artistico-espressiva dell'opera: pensiamo, ad esempio, a molte forme di musica contemporanea, che hanno stretta connessione con il digitale e con l'idea di remix/sampling; o alla fotografia digitale, che si presta al ritocco e alla modifica con appositi programmi.


Alcuni esponenti del mondo del software libero sostengono che le licenze open content che non prevedono la rinuncia all'esercizio esclusivo di tutti i diritti di utilizzazione economica sono "not free". Ma allora anche il verbatim copying (copia letterale), assai diffuso nel mondo del software libero, è "not free"?

Sono due problemi diversi ma che nascono entrambi dalla tendenza a voler applicare integralmente i principi validi per il free software al mondo delle opere non software. Come ho già fatto rilevare, penso che, nonostante le radici culturali, etiche e filosofiche siano identiche, i due mondi abbiano esigenze concrete non sempre coincidenti. Un conto è un testo di documentazione relativo ad un software, un altro conto è una raccolta di poesie. Il verbatim copying (ovvero la formula "è concessa la copia letterale ed integrale del testo") era la formula usata dai massimi esponenti del movimento free software nei loro scritti divulgativi ed era giustificata dal fatto che in quegli articoli si condensavano opinioni personali ben precise, mirate a sensibilizzare l'opinione pubblica su certi temi: in casi come questo la libertà di modifica non avrebbe senso, anzi sarebbe addirittura controproducente. Dunque, se lo scopo principale di un'opera è la sensibilizzazione e la divulgazione di un messaggio, il fatto che chiunque possa stampare e diffondere tali opere può solo giovare all'autore. Nel caso invece in cui l'autore produca l'opera per meri scopi artistici, la situazione è diversa: a meno che si tratti di un hobbista (o di un emergente), è comprensibile che voglia riservarsi la possibilità di un profitto sulla distribuzione commerciale dell'opera. D'altronde il falegname vive grazie alla sua abilità nel trattare il legno, l'avvocato grazie alle sue competenze giuridiche... e l'artista grazie alle sue doti creative: se ci riesce, beato lui; non ci vedo nulla di anti-etico. Molta gente (a volte anche personaggi attivi nel settore) tende grossolanamente ad equiparare il concetto di copyleft con il concetto di gratuità dell'opera. Questa generalizzazione, a parere mio e di altri teorici illustri, genera un equivoco concettuale apodittico e molto pericoloso per lo sviluppo di questa filosofia.


DISCLAIMER
Tutti i diritti su questa intervista appartengono a Simone Aliprandi.
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