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L'Open Access.

Intervista ad Antonella De Robbio, Referente copyright e Responsabile del settore progetti e Biblioteca Digitale del CAB, Centro di Ateneo per le Biblioteche Università degli Studi di Padova.

Che cos'è l'Open Access? Quali sono i fattori che ne hanno determinato la nascita?

Il termine Open Access o Accesso Aperto, nasce nel contesto internazionale della ricerca, si sta sviluppando in Europa da alcuni anni e recentemente è ormai giunto anche in Italia.

E’ un movimento internazionale che incoraggia scienziati, ricercatori e studiosi a disseminare i propri lavori di ricerca rendendoli liberamente accessibili secondo due modalità:
depositando il proprio lavoro o ricerca scientifica in un archivio aperto attraverso un processo noto come self-archiving o auto-archiviazione;
pubblicando il proprio lavoro o ricerca scientifica su periodici ad accesso aperto, ossia quei periodici che offrono gratuitamente e senza restrizioni l’accesso agli articoli, a seguito di regolare processo di validazione (referaggio) in termini di qualità.

Con Accesso aperto alla letteratura scientifica si intende l’accesso libero via Internet alle produzioni intellettuali dei ricercatori e degli studiosi di tutto il mondo. Esiste anche una definizione ufficiale di Pubblicazione ad Accesso Aperto, nota come Bethesda Statement on Open Access Publishing, abbracciata e condivisa da anche da PLoS, Public Library of Science, da vari atenei e istituzioni britanniche e statunitensi, dallo statement del Wellcome Trust in supporto all'open access publishing e anche dall’IFLA, la Federazione Internazionale delle associazioni bibliotecarie.

Lo scopo dell’Open Access è rimuovere ogni barriera economica, legale o tecnica all’accesso dell’informazione scientifica, ciò al fine di garantire il progresso scientifico e tecnologico a beneficio di tutta la collettività.

Due sono quindi i canali dell’Open Access:
1. deposito negli Open Archives delle produzioni di ricerca;
2. pubblicazioni entro iniziative di editoria elettronica sostenibile.

L’Open Access combatte il paradosso della proprietà intellettuale nel circuito della comunicazione scientifica che ostacola i processi di crescita e sviluppo della scienza, tentando al contempo di arginare l’emorragia della spesa per la letteratura scientifica. Ogni anno vengono pubblicati circa due milioni di articoli in ventimila riviste, tenuti "prigionieri" entro riviste scientifiche a pagamento. Un periodico Open Access non chiede agli autori la cessione dei diritti economici o coyright. L’Open Access riguarda la comunicazione scientifica e la disseminazione delle produzioni intellettuali di ricerca non l’editoria di varia o la musica o lo spettacolo. E' ormai indiscusso che per esserci impatto è necessaria un’ampia disseminazione, in altri termini i lavori dei ricercatori devono essere letti, citati e utilizzati da altri ricercatori, solo così raggiungono l’impatto utile ad uno sviluppo collettivo, quell'impatto che consente di creare nuove ricerche, di effettuare nuove scoperte sulla base di un lavoro altrui letto, assimilato, metabolizzato. Inoltre l’Open Access si riferisce ai contenuti digitali e non alla carta o ai supporti analogici, pertanto eventuali timori o allarmismi provenienti dai settori dell’editoria di varia o dal mondo della distribuzione libraria sono del tutto infondati.


Che cosa sono gli archivi aperti? Come funzionano?

Uno dei due canali dell’Open Access riguarda la costruzione di archivi aperti (Open Archives) entro le università e gli enti di ricerca, utili alla raccolta, al deposito, e conseguente disseminazione del materiale prodotto dalla ricerca. Gli archivi di e-prints sono server che consentono agli autori di rendere i propri lavori liberamente disponibili alla comunità internazionale scientifica, disseminandoli su scala mondiale, cosa impossibile per un lavoro su carta. La procedura definita come "self-archiving", prevede l’invio dell’articolo da parte dell’autore ad una rivista peer-reviewed (tradizionale o a modello open access) contestualmente al deposito nell’archivio. Attraverso il self-archiving o auto-deposito, gli autori alimentano gli archivi e i bibliotecari controllano la correttezza dei metadati, mentre la qualità dei dati o contenuti è garantita dalla sottomissione degli articoli alle riviste. Questa pratica è consentita dalla maggioranza degli editori, o è comunque contrattabile. Grazie alla tecnologia web e alla disponibilità di adeguati software (solitamente open source) per la gestione degli e-prints, è possibile implementare un Open Archive di documenti elettronici rendendo i documenti prodotti dagli studiosi liberamente accessibili e a disposizione della comunità. In questi luoghi è possibile depositare i papers scientifici, i lavori intellettuali, e tutti i documenti che si ritiene utile mettere a disposizione delle comunità scientifiche.

A livello organizzativo gli OA si suddividono in:
Open Archives istituzionali: l’archivio raccoglie, quale testimonianza della produzione intellettuale dell’ente, tutti i lavori di un particolare ente (università, ente di ricerca, dipartimenti... ) o una parte selettiva dei lavori che l’ente ritiene di "conservare" nel deposito (in questo caso i materiali raccolti coinvolgono varie discipline);
Open Archives disciplinari: l’archivio raccoglie i lavori in una determinata disciplina; può anche trattarsi di un server di un ente che decide di aprire più archivi per discipline differenti; molto spesso però si tratta di più soggetti (enti o anche soggetti individuali, dipende dall’organizzazione che si vuole adottare) che interagiscono nel deposito di materiale di una stessa disciplina o argomento specifico.

A proposito dei server disciplinari o subject-based, va sottolineato che essi si dividono in:
modello accentrato (del tipo arXiv): unico grande server, nato nel 1992, a carattere internazionale con oltre 300.000 papers nella fisica della alte energie; altro esempio di server disciplinare è E-LIS, l’Open Archive internazionale di ambito LIS, Library and Information Science, nato da nemmeno un anno (da me diretto) e che raccoglie ad oggi oltre 2500 lavori a testo pieno provenienti da oltre 30 Paesi nel mondo;
modello distribuito (tipo rete RePEC, Research Papers in Economics, per gli economisti, rete di piccoli server locali sparsi, messa in piedi da Thomas Krichel nel 1999.

La Open Archives Initiative (OAI) si occupa di approntare standard e protocolli per l’interoperabilità tra archivi, per questo si parla di compatibilità OAI.


Da un punto di vista giuridico, la letteratura scientifica presente negli archivi aperti necessita dell'utilizzo di licenze open content?

Tutta la ricerca dovrebbe passare attraverso i canali dell'accesso libero, come dice a gran voce Stevan Harnad, per il semplice motivo che nessuno paga gli autori per i loro lavori scientifici. Le produzioni intellettuali dei ricercatori dovrebbero essere, secondo molte scuole di pensiero, completamente sganciate dai meccanismi di mercato validi per gli autori che ricevono "royalties" dagli editori (letteratura non scientifica). Per questo parliamo di modelli "aperti" di comunicazione scientifica "free online". Il copyright è degli autori e gli autori dovrebbero fare attenzione a non cedere diritti fondamentali a terzi, i quali chiudono gli accessi entro piattaforme a pagamento. Abbiamo riviste scientifiche che costano anche 22.000 dollari di abbonamento annuo e i lavori pubblicati in tali "fortezze chiuse" sono lavori regalati dagli autori agli editori, attraverso un meccanismo di give-away che priva del tutto autori e istituzioni scientifiche di ogni diritto legato a quell’articolo. Non è più possibile riusare tali lavori per eventuali pubblicazioni in saggi o per convegni o anche per fini didattici. Attualmente abbiamo leggi capestro che mettono legacci da tutte le parti e che sono ritagliate attorno a modelli che nulla hanno a che fare con la ricerca scientifica, per esempio musica e spettacolo. Il mercato dei supporti si aggrega attorno a lobbies potenti in grado di influenzare i governi nella scrittura di leggi e decreti a loro favore piuttosto che a favore della collettività e purtroppo questo accade sia a livello italiano, sia a livello europeo (basti vedere le direttive UE sempre più restrittive), sia a livello internazionale, dove ormai l’attività della WIPO, World Intellectual Property Organization, e di OMPI, Organizzazione Mondiale Proprietà Intellettuale, sta facendo gli interessi delle grosse potenze (USA e Europa). Il termine pirateria ne è l’esempio più lampante. Significa fare una copia non autorizzata di un’opera, di un lavoro. Se trasponiamo questa libera azione nel contesto della comunicazione scientifica, laddove il fare una copia significa disseminazione in termini di impatto - presupposto fondamentale ad una crescita produttiva e sociale che passa necessariamente attraverso una crescita culturale - ci accorgiamo subito di come il termine pirateria, entro un quadro di comunicazione scientifica, sia del tutto fuori luogo. Quindi da una parte abbiamo la normativa sul diritto d’autore che rende tutto inaccessibile in quanto "protetto", dall’altra abbiamo il pubblico dominio, ovvero la non protezione totale. Nel pubblico dominio l’opera non ha alcuna tutela e questo non va bene per i lavori di ricerca, che devono comunque trovare la loro giusta dimensione anche in termini di diritto morale di autore. Di mezzo si collocano le licenze, nella sfera del copyleft, mutuato dal software libero. Un autore decide in modo del tutto autonomo cosa l’utente può o non può fare con il lavoro da lui creato e messo in rete. L’autore attaccando una licenza, per esempio del tipo Creative Commons, pur mantenendo in pieno il suo diritto morale come autore, decide di liberare il proprio lavoro in merito a riproduzione e distribuzione, in barba a termini come "pirateria", mal adattabili al contesto della ricerca. Può decidere anche in merito ad altri diritti, come quello di rielaborazione o di uso commerciale. La licenza ha tre volti, uno per l’utente normale, che è subito avvertito in modo semplice, chiaro e sintetico dei termini della licenza, uno ad uso legale e il terzo si connota come metadato standard, incarnato nella risorsa stessa e visibile ai motori di ricerca. Certo è che se l’autore ha ceduto i diritti ad un periodico non Open Access difficilmente potrà attaccare una licenza di questo tipo al proprio lavoro. Gli archivi aperti si stanno muovendo verso l’adozione di licenze da proporre agli autori direttamente nella fase di deposito.


In che misura e perché gli archivi aperti utilizzano software libero?

Esistono strumenti tecnologici che consentono di approntare piattaforme e server "aperti" compatibili con i protocolli e gli standard internazionali di interoperabilità. Questi strumenti sono software open source costruiti dalla comunità internazionale che fa capo al software libero da una parte e ai movimenti Open Access dall’altra. Solitamente sono software pienamente interoperabili e compatibili con il protocollo OAI, che consentono di costruire, gestire e fornire accesso ad archivi di e-print. Alcuni di questi software, come EPrints, sono software liberi rilasciati con licenza GNU GPL (General Public License) e usano pezzi di altri software anch’essi liberi, secondo lo schema noto come LAMP, Linux, Apache, MySQL, Perl. Questi modelli poggiando su software libero sfruttano la filosofia del "copyleft", giuridicamente basato sul copyright, che consente una piena e totale libertà di utilizzo da parte degli utenti, nel rispetto delle tutele poste dagli autori. Facili da implementare e gestire, presentano numerose funzionalità e potenzialità, lasciando al contempo ampie possibilità di configurazioni specifiche per esigenze legate alle singole istituzioni. Tutto viene gestito via web, sia la gestione da parte dello staff, sia la sottomissione, presentazione e scarico di documenti depositati dagli autori. All’utenza sono offerte più interfacce di ricerca con modalità più o meno evolute di ricerca e modalità di navigazione (browsing) per soggetto e per anno. Il fatto di usare software libero per la creazione di questi archivi consente agli atenei di non dover ricorrere - come purtroppo avviene per i contenuti che sono regalati previa cessione dei diritti alle grosse multinazionali editoriali - a produttori privati per la gestione, l'aggiornamento e la personalizzazione degli archivi. Certo, lavorare in un contesto LAMP significa avere a disposizione tecnici capaci di lavorare in un ambiente collaborativo ed entro una cornice di condivisione di risorse e competenze, e questo ha dei costi. Non è tutto free. La competenza e la professionalità si costruiscono mattone su mattone. Ciò significa che entro un contesto di software libero si possono creare nuove professionalità, nuove attività, utili a smuovere il mercato che ormai si è cristallizzato attorno a pochi oligopoli chiusi che non lasciano spazio ad una crescita di nuove competenze ad ampio respiro.


Ritiene auspicabile il più ampio livello di accessibilità dei siti web che ospitano le interfacce di ricerca, nonché delle interfacce stesse?

Certamente, lo sviluppo della nuova tecnologia web ha introdotto numerose barriere all’accesso delle informazioni per alcune categorie di utenti con:
disabilità sensoriali (vista e udito);
disabilità motorie (impedimenti nell’uso delle mani);
disabilità cognitive o psichiche.

Per "access technology" si intende una parte di software o di equipaggiamento che assiste gli utenti con disabilità e aiuta a rimuovere le barriere. L’impatto in termini di accessibilità correlata al software viene avvertito, in prevalenza, dall’utenza con disabilità della vista. Ma abbiamo due strati da considerare: da una parte abbiamo le interfacce di ricerca, che dovrebbero essere accessibili e che conducono a pagine web che a loro volta dovrebbero essere accessibili; ma va anche sottolineato che il web non è fatto solo di pagine web o di interfacce di ricerca, ma è costituito da uno strato molto spesso di contenuti profondi, parliamo infatti di deep-web. In questo strato profondo e consistente abita e prende forma la gran parte della ricerca scientifica, costituta da contenuti i quali, spesso, sono inaccessibili. Inoltre, se gli oggetti digitali provengono da una conversione da materiale analogico, attraverso modalità non conformi alle linee guida WAI del W3C sull’accessibilità, tali materiali rimangono esclusi da una piena ed equa fruizione, anche se le interfacce di accesso sono perfettamente accessibili. Alcuni progetti europei tra cui Metae, "The Metadata Engine Project", prevedono, durante i processi di digitalizzazione, l’estrazione simultanea di metadati in modo sistematico dai layout e dagli elementi segmantali e strutturali (anche assai dettagliati) di e-books.

Va sottolineato che i benefici di un Web Accessibile vanno molto al di là dell’avere interfacce accessibili perchè al di là delle interfacce ci sono milioni di pagine web e di risorse informative non accessibili. Solo una piccola proporzione di titoli a stampa standard sono trascritti entro un formato accessibile, come emerso da una ricerca effettuata in Gran Bretagna, dove è risultato che solo il 3-5% delle centinaia di migliaia di nuove pubblicazioni sono disponibili in formati accessibili. Oltre 230 sono le organizzazioni in britanniche produttrici di formati speciali accessibili. Di qui la necessità di creare "cataloghi unici" per queste tipologie di materiale: per citare un esempio, il National Union Catalogue of Alternative Formats (NUCAF) non è allo stato attuale né completo né tanto meno in rete. In Italia l’ultimo DDL del 4 aprile 2003 si pone come primo obiettivo quello di rendere accessibili i siti Internet e comunque tutti i "rapporti telematici" tra cittadini e Pubblica Amministrazione, ma per il resto siamo ancora lontani dalla piena accessibilità. Inoltre non sempre il software libero si pone tra gli obiettivi quello dell’accessibilità WAI W3C.

Se vogliamo parlare di accessibilità comunque, dobbiamo anche guardare le diverse faccette che tale termine assume, nei diversi significati semantici, appunto in senso di Open Access, in senso di WAI W3C, intesa come accessibilità a persone diversamente abili, ma anche in un’ottica ancora più ampia correlata a censure di Governi, all’embargo verso alcuni Paesi anche e soprattutto nelle questioni legate alla ricerca scientifica (vedi la questione di Cuba) e alla concentrazione della proprietà intellettuale e del controllo della conoscenza entro pochi oligopoli.

Voglio un attimo ritornare sulla questione della WIPO. La WIPO deve cambiare. Recentemente è stata stilata da parte di alcuni movimenti del contesto open un documento noto come la Dichiarazione di Ginevra sul Futuro dell'Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale. Come organizzazione intergovernativa la WIPO si è messa nella direzione di creare ed espandere privilegi monopolistici, spesso senza badare alle conseguenze sociali ed economiche che una eccessiva protezione della proprietà intellettuale comporta. L'espansione continua di questi privilegi e dei loro meccanismi di applicazione ha causato gravi costi sociali ed economici e ha ostacolato e minacciato altri importanti sistemi per la creatività e l'innovazione. Esistono innovazioni incredibilmente promettenti nel campo delle tecnologie dell'informazione, della medicina e di altri settori essenziali, così come all'interno dei movimenti sociali e dei modelli economici, per promuovere gli scambi e trasferire le conoscenze. Dev'esserci una moratoria sui nuovi accordi e sull'armonizzazione degli standard che espandono e rafforzano i monopoli e restringono ulteriormente l'accesso alla conoscenza. Per generazioni la WIPO ha risposto in primo luogo alle settoriali preoccupazioni di potenti editori, industrie farmaceutiche e altri interessi commerciali. Le ricerche pubblicate sui periodici scientifici e sulle basi di dati, le informazioni sul genoma umano, le ricerche sui farmaci per curare malattie endemiche come AIDS o le ricerche per sconfiggere per esempio le malattie autoimmuni devono essere un bene comune, un "common", per usare un termine anglossassone. L’istruzione a distanza deve essere un mezzo per trasferire le conoscenze derivate dai processi di ricerca entro modelli aperti di didattica distribuita. Il controllo della conoscenza, della cultura, della tecnologia, persino delle risorse biologiche da parte di pochi a scopo di lucro, danneggia uno sviluppo collettivo che rispetti in modo democratico le diversità che costituiscono la nostra ricchezza.
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