[Lista] I sette peccati capitali di Internet (e le sue virtù) - S. Rodotà

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Mar 6 Mar 2007 12:11:08 CET



I sette peccati capitali di Internet (e le sue virtù)

di Stefano Rodotà

Qual è il destino dei parlamenti nell'età dell'informazione e della
comunicazione? Alcuni anni fa, quando cominciò il dibattito sulla
democrazia elettronica, sembrava che le nuove tecnologie avrebbero
portato ad una progressiva scomparsa della democrazia rappresentativa,
sostituita da forme sempre più diffuse di democrazia diretta. Nel
nuovo agorà elettronico i cittadini avrebbero potuto prendere sempre
la parola e decidere su tutto.

La memoria dell'antica Atene e il modello dei town meetings del New
England apparivano come la forma nuova della democrazia, con un
intreccio tra antico e nuovo che avrebbe via via cancellato il ruolo
dei parlamenti. Oggi queste ipotesi sono lontane, e la democrazia
elettronica segue strade diverse da quelle di una brutale e
ingannevole semplificazione dei sistemi politici. Ma questo non vuol
dire che i parlamenti possano trascurare le grandi novità determinate
dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, che incidono
profondamente sul loro ruolo e sul modo in cui si struttura il loro
rapporto con la società. Non siamo di fronte a semplici strumenti
tecnici, ma ad una forza potente, la tecnologia nel suo complesso, che
sta trasformando in modo radicale le nostre società.

Stiamo passando, su scala mondiale, da un equilibrio tecnologico
all'altro. Il primo, grande compito dei parlamenti, oggi, è dunque
quello di cogliere questo momento, di compiere tempestivamente le
scelte intelligenti necessarie perché l'insieme delle tecnologie si
risolva in un rafforzamento complessivo della democrazia.

Sono divenute chiare alcune linee di analisi e di intervento, che
possono essere così riassunte:

 - evitare che le nuove tecnologie portino ad una concentrazione
invece che ad una diffusione del potere sociale e politico;

 - evitare che le nuove tecnologie si consolidino come la forma del
populismo del nostro tempo, con un continuo scivolamento verso la
democrazia plebiscitaria.

 -evitare che ci si trovi sempre più di fronte a tecnologie del
controllo invece che a tecnologie delle libertà;

 - evitare che nuove disuguaglianze si aggiungano a quelle esistenti;

 - evitare che il grande potenziale creativo delle nuove tecnologie
porti non ad una diffusione della conoscenza, ma a forme insidiose di
privatizzazione.

Pure l'età digitale, dunque, ha i suoi peccati, sette come vuole la
tradizione, e che sono stati così enumerati:

1) diseguaglianza;
2) sfruttamento commerciale e abusi informativi;
3) rischi per la privacy;
4) disintegrazione delle comunità;
5) plebisciti istantanei e dissoluzione della democrazia;
6) tirannia di chi controlla gli accessi;
7) perdita del valore del servizio pubblico e della responsabilità sociale.

Non mancano, tuttavia, le virtù, prima tra tutte l'opportunità
grandissima di dare voce a un numero sempre più largo di soggetti
individuali e collettivi, di produrre e condividere la conoscenza, sì
che ormai molti ritengono che la definizione che meglio descrive il
nostro presente, e un futuro sempre più vicino, sia proprio quella di
"società della conoscenza".

Al di là delle immagini e delle metafore, i parlamenti non sono
chiamati a scegliere tra il bene e il male. Di fronte ad una realtà
complessa, nella quale convivono società della conoscenza e società
del rischio, i parlamenti non sono chiamati scegliere tra bene e male.

Devono ribadire la loro storica e insostituibile funzione di custodi
della libertà e dell'eguaglianza.

Non sono riferimenti retorici. La tecnologia è prodiga di promesse.

Alla democrazia offre strumenti per combattere l'efficienza
declinante, e arriva fino a proporne una rigenerazione. Ma, se
guardiamo al mondo reale, alle tendenze in atto, rischiamo di
incontrare sempre più spesso un uso delle tecnologie che rende
capillare e continuo il controllo dei cittadini. A queste tendenze
bisogna reagire, non solo per sfuggire ad una sorta di schizofrenia
istituzionale che spinge verso la costruzione di un mondo diviso tra
le speranze di libertà e l'insidia della sorveglianza. E' necessario
soprattutto considerare realisticamente le dinamiche sociali, a
cominciare da quelle che rischiano di produrre nuove diseguaglianze.

Questo problema viene solitamente indicato con l'espressione digital
divide, ed effettivamente l'uso delle tecnologie, di Internet in primo
luogo, produce stratificazioni sociali, l'emergere di nuove categorie
di haves e di have nots, di abbienti e non abbienti proprio per quanto
riguarda la fondamentale risorsa dell'informazione. Ma le più
attendibili ricerche sul digital divide mettono in evidenza che il
divario tra paesi sviluppati e paesi meno sviluppati, per quanto
riguarda l'accesso ad Internet, non può essere esaminato riferendosi
prevalentemente alle differenze di reddito. Pur rimanendo
profondissime, infatti, le distanze riguardanti Internet tendono a
ridursi più rapidamente di quelle relative alla ricchezza.

Questo vuol dire che i fattori influenti non sono tanto quelli
economici, quanto piuttosto quelli sociali e culturali.

Conoscenza è parola che sintetizza le possibilità di accedere alle
fonti, di elaborare il materiale, raccolto, di diffondere liberamente
le informazioni. Già nell'articolo 19 della Dichiarazione universale
dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite si è affermato il diritto di
ogni individuo alla libertà di opinione e di espressione "e quello di
cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni
mezzo e senza riguardo a frontiere". Oggi questo diritto è in pericolo
per la pretesa di molti Stati di controllare Internet, per l'esercizio
di veri poteri di censura, per le condanne di autori di quelle
particolari comunicazioni in rete che sono i blog.

Questa situazione non può essere ignorata, soprattutto perché alcune
grandi società - Microsoft, Google, Yahoo!, Vodafone - hanno
annunciato per la fine dell'anno la pubblicazione di una "Carta" per
tutelare la libertà di espressione su Internet. I parlamenti non
possono accettare che la garanzia del free speech, che gli Stati Uniti
vollero affidare al Primo Emendamento della loro Costituzione, divenga
materia di cui si occupano solo i privati, che evidentemente
offriranno solo le garanzie compatibili con i loro interessi.

Internet è il più grande spazio pubblico che l'umanità abbia
conosciuto, dove si sta realizzando anche una grande redistribuzione
di potere. Un luogo dove tutti possono prendere la parola, acquisire
conoscenza, produrre idee e non solo informazioni, esercitare il
diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune, e
costruire così un mondo diverso di cui tutti possano egualmente dirsi
cittadini.

Ma tutto questo può diventare più difficile, per non dire impossibile,
se la conoscenza viene chiusa in recinti proprietari senza considerare
proprio la novità della situazione che abbiamo di fronte e che impone
di guardare alla conoscenza come il più importante tra i beni comuni.

 La questione dei beni comuni è essenziale. Parole nuove percorrono il
mondo - open source, free software, no copyright - dando il senso di
un cambiamento d'epoca. Oggi, infatti, il conflitto tra interessi
proprietari e interessi collettivi non si svolge soltanto intorno a
risorse scarse, in prospettiva sempre più drammaticamente scarse come
l'acqua. Nella dimensione mondiale assistiamo ad una creazione
incessante di nuovi beni, la conoscenza prima di tutto, rispetto ai
quali la scarsità non è l'effetto di dati naturali, ma di politiche
deliberate, di usi impropri del brevetto e del copyright, che stanno
determinando un movimento di "chiusura" simile a quello che, in
Inghilterra, portò alla recinzione delle terre comuni, prima
liberamente accessibili. Questa scarsità artificiale, creata, rischia
di privare milioni di persone di straordinarie possibilità di crescita
individuale e collettiva, di partecipazione politica.

La sfida lanciata ai parlamenti non riguarda soltanto la necessità di
trovare nuovi equilibri tra logica della proprietà e logica dei beni
comuni. Investe lo stesso modo d'intendere la cittadinanza. La vera
novità democratica delle tecnologie dell'informazione e della
comunicazione, infatti, non consiste nel dare ai cittadini
l'ingannevole illusione di partecipare alle grandi decisioni
attraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato a ciascuno
e a tutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali messa
a disposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare i
modi in cui viene esercitato il potere, organizzarsi nella società.
Con questo vasto mondo - in cui la democrazia si manifesta in maniera
"diretta", ma senza sovrapporsi a quella "rappresentativa" - i
Parlamenti devono trovare nuove forme di comunicazione, attraverso
consultazioni anche informali, messa in rete di proposte sulle quali
si sollecita il giudizio dei cittadini, procedure che consentano di
far giungere in parlamento proposte elaborate da gruppi ai quali, poi,
vengano riconosciute anche possibilità di intervento nel processo
legislativo.

La rigida contrapposizione tra democrazia rappresentativa e democrazia
diretta potrebbe così essere superata, e la stessa democrazia
parlamentare riceverebbe nuova legittimazione dal suo presentarsi come
interlocutore continuo della società.

In questa prospettiva, i parlamenti debbono soprattutto impedire che
le esigenze di lotta a terrorismo e criminalità e le richieste del
sistema economico portino alla nascita di una società della
sorveglianza, della selezione e del controllo, alterando quel
carattere democratico dei sistemi politici di cui proprio i parlamenti
sono i primi ed essenziali garanti.

Proprio le tecnologie, con la loro apparente neutralità, hanno
rafforzato le spinte verso la creazione di gigantesche raccolte di
dati personali.

La politica sta delegando alla tecnica la gestione dei più diversi
aspetti della società, dimenticando, ad esempio, un principio
chiaramente indicato nell'articolo 8 della Convenzione europea dei
diritti dell'uomo. In questa norma si ammettono limitazioni dei
diritti per diverse finalità, compresa la sicurezza nazionale, a
condizione però che si tratti di misure compatibili con le
caratteristiche di una società democratica. I parlamenti devono
esercitare con il massimo rigore questa funzione di controllo, senza
delegarla ad altri organi dello Stato, fossero pure le corti
costituzionali. Solo così possono evitare la trasformazione dei
cittadini in sospetti, ed impedire che, con l'argomento della difesa
della democrazia, sia proprio la democrazia ad essere perduta.




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